sabato 30 aprile 2011

Lo scrittore a dispense, Anno 2 - Numero 10


LE DONNE E LE STELLE

Come ogni sera, dopo cena, Thomas scendeva in cortile per preparare la sua bicicletta. Aveva un SaltaFoss originale: tre cambi, molle pneumatiche davanti e dietro, i coperchietti colorati della granita legati ai raggi in lega e il sellino lungo.
La bici l’aveva ereditata dal fratello maggiore qualche anno prima, il quale era riuscito a farsi comprare un motorino.
Da quando era entrato in possesso di quella bicicletta la puliva tutti i giorni prima di uscire a farsi un giro; era il rito del centauro a pedali.
Era estate, nel cortile c’erano signore e signori seduti sulle sedie di paglia a chiacchierare di cose che non gli interessavano.
Thomas aveva undici anni e a quell’età si stava facendo delle idee e delle opinioni sul mondo che mai più lo avrebbero lasciato.

Continua a leggere o scarica il fascicolo su scribd.com

martedì 12 aprile 2011

Lo scrittore a dispense, Anno 2 - Numero9


IL SOGNO AVVERATO 

C’era una volta un giovane forte e coraggioso che abitava nel deserto. I sultani dei regni vicini lo chiamavano ogni volta che avevano bisogno di aiuto in guerra o sotto assedio.
Il giovane non perdeva mai; era temerario e gli avversari si arrendevano dopo pochi colpi di spada.
Diventò presto ricco, potente e rispettato da tutti.
Invecchiando si ritirò in un piccolo villaggio, il quale in pochi anni divenne sempre più grande e ricco. Si sposò ed ebbe una figlia bellissima, invidiata da tutti.
Gli abitanti decisero di nominarlo sultano di quel villaggio e della zona. Accettò volentieri.
Inizio ad occuparsi di diplomazia, affari e giustizia e sotto la sua guida il villaggio divenne importante e famoso.
Era ricco e potente sì ma anche infelice perché con il passare degli anni smise di sognare e non se spiegava il motivo.
Non si dava pace quindi un giorno scese nella piazza del villaggio e raccolse tutto il suo popolo in ascolto.
«Chiedo il vostro aiuto amati sudditi. Da anni non riesco più a sognare e me ne lamento assai. Chi di voi conosce un modo per risolvere questo mio problema si faccia avanti; chiunque riuscirà ad aiutarmi potrà chiedermi tutto, anche in sposa mia figlia, la bella Karèm».
Tutto il popolo era in subbuglio. 


Continua a leggere o scarica il fascicolo su scribd.com

giovedì 7 aprile 2011

Lo scrittore a dispense, Anno 2 - Numero 8


LA GRANDE NUVOLA

Era cambiato il vento durante la notte e l’aveva porta lì.
Sospinta da altri posti e da altre voci - o canzoni - era giunta ai margini del paese una grande nuvola; soffice e fatta interamente di latte sembrava uscita da una pasticceria del centro. La guardavi in lontananza ed era come stare davanti alla vetrina del negozio di dolci più buono che ci fosse intorno.
Si estendeva in cielo coprendo gran parte della zona sud della città, quella che portava alla collina dei Sempreverdi, così chiamata perché formata da alberi di agrumi e oleandri, che non perdono mai le foglie e restano appunto sempre di colore verde.
La grande nuvola era preceduta da piccoli cumuli che si aprivano in avanti disposti a ventaglio; sembravano proprio trainarla nel cielo come se fosse una regina e loro i piccoli paggi.
Silenziosa avanzava sopra il paese ad un’altezza mai vista; si poteva parlare quasi di bassezza per quanto vicina alla terra. I giocatori di basket e gli omoni di due metri a saltare si sarebbe potuto credere che l’avrebbero anche toccata con facilità...
La mattina presto non ci aveva fatto caso nessuno; con le prime luci dell’alba era sembra solo una nuvola, come tante altre.
Molti abitanti del paese erano stati indaffarati a portare i figli a scuola, alcuni a caricare la lavastoviglie al bar, altri a cercare per radio le notizie del traffico, i pendolari a leggere in treno il giornale appena comprato...
Nemmeno nel pomeriggio gli fu data la giusta attenzione. Qualche nonno al parco con i nipoti restò ad osservarla per qualche minuto più degli altri domandandosi: “E se fosse...” tornando poi ad occuparsi dei bambini che non la smettevano di correre e lanciarsi come leoncini nell’erba.
Solo la sera, più rilassati, senza fretta, con le buste della spesa o l’aperitivo in mano, buttando un occhio insù qualcuno se lo era ricordato: la nuvola non se n’era andata, era sempre lì sopra, con la stessa consistenza spumosa di latte della mattina, ma era arrivata a toccare i bordi della periferia e dei primi palazzi.

Continua a leggere o scarica il fascicolo su scribd.com

martedì 5 aprile 2011

La seconda edizione

Torno a pubblicare per il secondo anno (incredibile a scriversi) i racconti con Lo scrittore a dispense. Un gran numero di letture e lettori per i primi fascicoli e qualche libro venduto di Lionardo. Davvero grazie a tutti.
Ora comincia la nuova edizione, o nuova stagione.
Al termine (non so ancora quanti numeri saranno questa volta - se uguale o di più) comincerò a lavorare sul nuovo romanzo, che in realtà è abbastanza avanti come prima stesura. Mancano pochi capitoli. Poi ci sarà il lavoro grosso di editing con le mie fidate amiche - lettrici - critiche - insegnanti.
Quest'anno cercherò di mantenere anche una sezione con qualche consiglio di scrittura. Non ovviamente mio. Riporterò quelli che seguo anche io di scrittori famosi.
Il consiglio migliore per me è leggere! E inspirarsi ai grandi per iniziare non fa certo male (che non vuol dire copiare). Scrittura vuol dire tante cose e solo leggendole si possono ammirare, invidiare, studiare e capire.
Premesse tutte queste cose: buona lettura e buona distribuzione (mai pensato di far girare il link di un fascicolo - e diventare edicolanti virtuali?)
Namastè

mercoledì 9 giugno 2010

Lo scrittore a dispense, Anno 1 - Numeri 6 e 7

FRATTURA TEMPORALE

Nel cottage dormivano tutti eccetto Albert: restava fermo davanti alla finestra aspettando che il primo raggio di sole lo colpisse.
Era già vestito e teneva le mani in tasca; guardava fuori e con lo sguardo andava incontro al giorno che stava per nascere. Un passaggio veloce con la coda dell’occhio sull’orologio e il sole lo sorprese.
«E’ ora di partire...» disse a bassa voce, e andò a svegliare la propria fidanzata che ancora si dilungava in un sogno.
«Kathy... Kathy. E’ l’alba, dobbiamo andare.»
La dama non si destò.
Si girò e gli sorride come se anche Albert facesse parte del suo sogno.
Lui la osservava in silenzio chino vicino al letto. Avrebbe voluto che restasse così per sempre, mentre gli sorrideva.
Un altro raggio di sole arrivò a colpirlo al volto.
«Kathy, sveglia!»
« Uhm... ma che c’è amore?»
«Sono le sei, dobbiamo andare.»
«...tu vai avanti ti raggiungo dopo.»
« Ti prego, il picnic! »
«Ohf... tu e le tue sante idee. Fred e Mary sono svegli?»
«Non lo so, non credo.»
«Intanto controlla, io mi riposo ancora cinque minuti.»
«D’accordo.»
Albert si alzò e mentre si stava dirigendo verso la porta della stanza afferrò la coperta e scoprì la ragazza che si ritirò su se stessa come una molla.
«Nooooh! Sei proprio...»
«Lo so amore, nessuno è perfetto.»
«Quando saremo sposati me le paghi tutte.»
«Non vedo l’ora...»

Il sole non era ancora una raggiera infinita di luce, ed il cielo era ancora un torbido fondale bluette che lentamente stava volgendo ad un azzurro più cristallino.
All’esterno del cottage i quattro amici prepararono la jeep per oltrepassare le colline e godersi una giornata all’aria aperta in qualche prateria.
Ricontrollarono sulla mappa la strada migliore da percorrere. Salirono sul veicolo e partirono.
Dietro di loro una leggera striscia di polvere si alzava verso l’alto. La jeep percorse circa cinquanta miglia prima di iniziare la salita su per la collina.
Quando iniziarono la discesa un lampo improvviso illuminò completamente il cielo e tutto ciò che stava sotto; una luce così forte che Fred ebbe un attimo di black-out e perdette il controllo del mezzo.
Albert riparato dagli occhiali da sole risentì meno di quell’inconsueto fatto; afferrò il volante nel tentativo di tenere la jeep nel sentiero; non c’era tempo per pensare o per chiedere come stai.
Bisognava solo fermarsi senza uccidersi.


mercoledì 26 maggio 2010

Lo scrittore a dispense, Anno 1 - Numero 5


LIONARDO
(anteprima del mio romanzo bonsai)

Io...
Io avevo un modo strano di dire le cose: lo facevo piangendo!
Stavo zitto per giorni, somatizzavo tutto quello che accadeva e accumulavo.
Poi quando non ce la facevo più scoppiavo a piangere e dicevo tutto quello che volevo dire. Lo dicevo con calma, senza urlare. Parlavo e dagli occhi uscivano litri di acqua; fiumi di parole.
All’inizio mamma e papà si preoccuparono di cercare le cause tra di loro, litigando di tanto in tanto. Superarono quella fase confidando nel tempo e in una guarigione divina.
Nacquero però dei problemi all’asilo: durante il momento del silenzio, quello del riposino, ero tra i più bravi ma se dovevo chiedere di andare a fare pipì lo facevo piangendo, e succedeva un putiferio. Tutta la classe di bimbi piangeva, chi per solidarietà e chi perché svegliato, e le suore dopo un po’ ne ebbero abbastanza e convinsero i miei genitori a tenermi a casa fino alla scuola dell’obbligo.
Arrivato il momento di iscrivermi alle scuole elementari non poterono nascondere alla preside il mio problema, o come diceva papà il difetto.
Il sistema sanitario Italiano mi affidò ad un bravo dottore logopedista.
Piangevo anche con lui per parlare ma quando tornavo a casa era diverso in un certo senso perché la mamma mi chiedeva: «Hai pianto con il dottore?»; io rispondevo di sì e lei tutta soddisfatta mi diceva «Bravo!» e mi prendeva un gelato dal congelatore.
In qualche modo si era messa a posto la coscienza.

sabato 15 maggio 2010

Lo scrittore a dispense, Anno 1 - Numero 4


Il gatto del vicino

Normalmente la notte tra le tre e le quattro mi sveglio di colpo come se mi mancasse qualcosa. Bevo dalla bottiglia in fianco al letto e ricomincio a sognare fino alle sette con la speranza che almeno nei sogni quel qualcosa si palesi.
Mesi fa questa “abitudine” fu interrotta dal miagolio di un gatto nel palazzo in cui ora vivo.
Dopo un po’ di notti mi decisi ad alzarmi e cercare questo lamento, perché amo i gatti e mi faceva un po’ tenerezza.
Aprii la porta di casa, accesi la luce sul corridoio ma non sentii nessun gatto.
La cosa si ripeté senza cadenza fissa per altre notti; io aprivo e di lui nessuna traccia.
Una sera rincasando incontrai l’inquilino del terzo piano, sotto il mio appartamento, e sull’ascensore gli chiesi di chi fosse il gatto e come mai ogni tanto rimaneva fuori per le scale.
Mi disse che per quanto ne sapeva nel palazzo nessuno aveva animali, rallegrandosi, ma che l’unico di cui aveva notizia era il fantasma del gatto del mio ex vicino, che abitò l’appartamento di fronte alla mia porta.
Gli chiesi ingenuamente se stesse scherzando ma lui si premurò di dirmi che il miagolio lo sentivano tutti ma, abituati da tempo, l’avevano catalogato come miagolio di un fantasma dato che nessun gatto era stato mai visto.
Uscì dall’ascensore ridendo, lui.
Evitai di pensarci, a fatica, ma dopo una settimana sentii nuovamente il gatto ed era proprio davanti alla mia porta, con la zampina lo sentivo grattare.
Presi coraggio ed andai ad aprire.
Con un pizzico di sollievo il gatto non c’era ma mentre stavo per chiudere la porta il miagolio ricominciò. Guardai nel corridoio buio: ebbi l’impressione di vedere due lucine, due occhi piccoli a venti centimetri da terra vicino alla rampe delle scale.